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Don Camillo a Brescello: il cult del 1952 e il mito della Bassa Reggiana

Che baldoria in paese: i comunisti hanno stravinto le elezioni e il burbero Giuseppe Bottazzi, detto Peppone (Gino Cervi), viene eletto sindaco. La notizia scuote la piazza di Brescello (Reggio Emilia) e non lascia certo indifferente il parroco del paese, l'ostinato Don Camillo (Fernandel), che per protesta inizia a suonare le campane all'impazzata.

La rivalità entra subito nel vivo: il neo-sindaco annuncia l'imminente costruzione della Casa del Popolo, mentre il prete si mangia le mani dalla rabbia per non riuscire a trovare i fondi necessari a completare il doposcuola. Eppure, tra uno scontro verbale e una riconciliazione improvvisa, i due storici avversari finiscono sempre per scoprirsi profondamente legati.

Da Giovannino Guareschi allo specchio dell'Italia del dopoguerra

Tratto dal capolavoro letterario di Giovannino Guareschi — inconsapevole inventore del compromesso storico, più umano che politico —, Don Camillo (1952) è una commedia in bianco e nero ancora oggi straordinariamente attuale per arguzia e genuina bonomia strapaesana. Il borgo di Brescello, con le sue baruffe, i suoi capitelli e le sue ripicche lungo le rive del Po, è diventato lo specchio fedele dell'intera provincia italiana del dopoguerra.

Campione d'incassi assoluto nella stagione 1952-1953, questo capostipite ha dato il via a una fortunata saga cinematografica proseguita fino al 1965 con ben cinque pellicole ufficiali.

Un successo trasversale tra Lambrusco, Tortellini e Guerra Fredda

Nonostante le premesse conservatrici dell'autore e il clima ideologico della Guerra Fredda degli anni '50, la commedia ha conquistato un consenso trasversale, da destra a sinistra. Il motivo è semplice: i due protagonisti, tra un bicchiere di Lambrusco e un piatto di tortellini reggiani, rappresentano due facce della stessa medaglia. Conterranei divisi sulle questioni locali, ma pronti ad allearsi compatti di fronte al mondo esterno.

Il vero colpo di genio del produttore Peppino Amato (per Rizzoli) fu quello di affidare una storia così radicata nella provincia emiliana a un regista francese, Julien Duvivier, e al grande Fernandel. L'attore transalpino regala un'interpretazione indimenticabile, irresistibile soprattutto nei celebri dialoghi intimi con il Crocifisso (doppiato da Ruggero Ruggeri). Accanto a lui, un magistrale Gino Cervi dà vita a un Peppone ruvido e memorabile.

Don Camillo resta un cult assoluto del cinema italiano: una commedia senza tempo capace di far sorridere anche alla decimillesima visione.

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