Quasi tutte le polemiche sul calcio (come l'ultima fra Adriano Galliani e Andrea Agnelli sulla posizione di Tevez) nascono da un colossale equivoco e cioè che la tv, con replay al rallentatore da tutte le angolazioni possibili, con il fermo immagine e tutto il resto, faccia vedere come sono andate realmente le cose.
Sono invece tutte immagini falsate.
Le immagini vere sono solo quelle che vede l'arbitro (con i suoi collaboratori) sul campo di gioco, da una sola angolazione, con i suoi occhi, a velocità reale.
O ci si fida di lui o si smette di giocare al calcio.
Mettendo la moviola in campo significherebbe solo aumentare la disoccupazione: sparirebbe la poltrona di tanti bla-blaisti del piccolo schermo.
Quasi quasi...
Bisogna però ammettere che le solite distrazioni degli arbitri sono sempre a favore della Juventus. O del più forte.
Visualizzazione post con etichetta juventus. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta juventus. Mostra tutti i post
"PUPONE" TOTTI NON E' UN MONUMENTO
Le polemiche calcistiche italiote, quelle tra Juventus e Roma, ormai ultradecennali come un piano economico della leggendaria Unione Sovietica.
Francesco Totti, in un attacco di amore per la sportività (del tipo di sputare in faccia a un'avversario, che senza dubbio, da regolamento del Bullo, art. 3, lo è nda), ritiene che i bianconeri debbano giocarsi un campionato tutto loro.
Per inciso: e risaputo che l'anno scorso la Roma ha perso per un'incollatura. Una ventina di punti o giù di lì.
E nessuno ha osato fiatare, fuori ed entro il GRA.
Quando la signora Agnelli ha restituito la pariglia entrando a gamba (lunga e piacente) tesa, invitandolo a crearsi lui un torneo tutto suo, è venuto giù nel mondo nel ridicolo mondo degli addetti ai lavori.
Perchè a un monumento del calcio italiano non si può rispondere così. (?!?!?!)
Dobbiamo dedurre che oltre a qualche giornalista del Gazzettino delle Procure, un ex-comunista al Quirinale e al Presidente della Camera più equo e solidale (cosa ho detto?) della Storia anche l'attaccante romanista non può essere criticato.
Bandiere. Per me i monumenti si chiamano Paolo Maldini, Franco Baresi, Gaetano Scirea, Alex Del Piero, Beppe Bergomi, per nominarne qualcuno, che in campo si sono sempre comportati da signori senza mai sfottere l'avversario, mentre il Pupone, pur riconoscendogli le doti calcistiche, è un Balotelli al quale è andata meglio, forse grazie a quella Santa Donna della Ilary.
P.s. : Non sono juventino.
Congiure arbitrali: il silenzio dell'Inter sui favori
Per fortuna la musichetta della Champions e le gare di Europa League hanno un pò smorzato le grida. Da una parte gli interisti sbraitano lamentando torti arbitrali e congiure dall'alto. Dall'altra quelli del "trenta sul campo" (gli juventini, insomma) sono pronti a scagliarsi contro l'arbitro di turno quasi a spaventarlo e, magari, fargli annullare indigesti ma regolarissimi gol. Sempre pronti inoltre a sguainare storie non proprio edificanti di prescrizioni.
La verità? Per uno sportivo la verità è che è vero che a Torino il gol della Juve era viziato da un evidente fuorigioco e che l'intervento ai danni di Ranocchia contro il Cagliari era da rigore.
Era regolare invece il rigore a favore dell'Atalanta nel turno precedente.
Non ha protestato l'Inter per il rigore non concesso al Chievo e per il gol di Pereira in fuorigioco; zero proteste anche per la rete di Montolivo annullata ingiustamente; silenzio sul rigore su Gomez nel match contro il Catania; idem sulla rete di Cambiasso al Bologna realizzata in posizione irregolare e per il terzo gol contro la Sampdoria viziato in partenza da un fuorigioco di Nagatomo.
Ultima riflessione: i rigori non sono gol!
Come dimostra il portiere dell'Inter Handanovic, il più bravo a neutralizzarli.
Il Bilbao si arrende: Fernando Llorente verso la Juventus
Lo chiamano El Rey Leon, e' nato a Pamplona e segna goal a raffica.
Il top player della Juventus potrebbe essere Fernando Llorente.
L'attaccante dell'Atletico di Bilbao non rinnovera' il suo contratto con il club spagnolo.
E' stato lo stesso presidente del club basco, Josu Urrutia, a confermarlo nella conferenza stampa convocata per l'occasione: "Gli agenti del calciatore ci hanno fatto sapere che la punta non intende rinnovare il suo contratto con noi. Non si tratta di una scelta economica ma tecnica. Llorente vuole confrontarsi in un altro tipo di campionato, con maggiori possibilita' di vittoria".
Il contratto di Llorente scade nel giugno del 2013, ecco perche' la Juve potrebbe prenderlo subito, ma la clausola rescissoria e' altissima, 50 milioni di euro, e il Bilbao non si accontenta di meno di 36 milioni, che rimangono comunque troppi: si può fare a 20 e l'ingaggio di 3 milioni chiesto dal giocatore rientra nei parametri.
Juventus - Argentinos Juniors Finale Coppa Intercontinentale 1985
Tutti gli appassionati di calcio dovrebbero poter rivivere le emozioni di una partita entrata a far parte della storia del calcio internazionale: la Finale della Coppa Intercontinentale 1985, Juventus-Argentinos Juniors. Gli argentini avevano vinto la loro prima Coppa Libertadores battendo nello spareggio di Asuncion del Paraguay l'America de Cali.Venticinque anni fa, 8 dicembre 1985, allo Stadio Nazionale di Tokyo davanti a 62000 spettatori festanti. Forse la partita migliore della storia del torneo. Forse, perché ognuno ha la sua e ognuno s’inebria dei ricordi del proprio successo.
Perché ai milanisti risulterà indimenticabile la sfida del 1989 vinta contro l’Atletico Nacional Medellin, agli interisti questa contro il Mazembe.
Quella del 1985, però, fu comunque e davvero una partita storica. Dopo sette anni di dominio delle squadre vincitrici della Coppa Libertadores, alla vittoria del più prestigioso trofeo internazionale tornò una squadra europea, quella vincitrice della Coppa dei Campioni.
La Juventus era questa: Tacconi, Bavero, Cabrini, Brio, Scirea; Bonini, Manfredonia, Mauro, Laudrup, Platini, Serena.
Di fronte c’era Claudio Borghi che poi sarebbe arrivato in Italia. C’era soprattutto un mondo da scoprire. C’era un calcio, quello sudamericano, che conoscevamo soltanto in quella partita: arrivava la miglior squadra del continente e noi scoprivamo i campioni che sarebbero diventati l’oggetto del desiderio dei club europei. C’era la diretta al mattino: i ragazzini pregavano i genitori di non mandarli a scuola il giorno dell’Intercontinentale. C’erano anche le trombette dello stadio di Tokio.
Come le vuvuzelas del mondiale sudafricano, ma meno fastidiose.
C’erano i gol. Quelli fatti e quelli annullati, come quello, uno dei più belli di tutti i tempi, di Michel Platini con l’Argentinos Juniors: sombrero a un avversario in area e tiro al volo di sinistro. Una delle cose più belle mai viste su un campo di calcio, seconda però alla reazione di Le Roi: steso per terra con la testa retta da un braccio, come un imperatore annoiato. Un’immagine che non passa. Un’immagine che vale la pena di rivedere ancora.
Christian Pasquato: il calciatore erede di "Pinturicchio"
Christian Pasquato nato a Padova il 20 luglio 1989, altezza 1,72 cm, ruolo trequartista.
Le sue punizioni stanno facendo sognare il Modena, con quelle traiettorie che ricordano le prodezze balistiche di Alex Del Piero: il ragazzo è il gioiello che sta incantando la Serie B, con un occhio di riguardo alla A.
Infatti il cartellino del trequartista gialloblù, alla sua terza esperienza in prestito nella serie cadetta, è di proprietà della Juventus, squadra con la quale ha fatto tutta la trafila delle giovanili dal 2003 al 2008
Venderlo o non venderlo? Diego il dilemma della Juve
Vendere Diego o non vendere Diego, questo è il dilemma dopo la buona prestazione e l'ottimo gol rifilato al Milan al Trofeo Tim.
E, a quindici giorni dalla fine del mercato, la Juventus non sa ancora con quale struttura di squadra affronterà la stagione dell'obbligatorio rilancio bianconero.
Diego comunque rimane nel mirino di Wolfsburg e Schalke 04.
Si, ma venderlo o non venderlo il fantasista brasiliano?
Manchester United sommerso dai debiti
Raramente capita che una squadra di calcio riesca a guadagnarsi le prime pagine dei quotidiani economici, tuttavia in questo caso l’onore è spettato al Manchester United, che il Financial Times ha segnalato come interessato all’emissione di un’obbligazione per la bellezza di 700 milioni di euro. La cifra è di quelle che impongono rispetto: tanto per capirci il valore di borsa totale delle tre società italiane quotate (Juventus, Roma e Lazio) non arriva alla metà del previsto importo del «Manchester bond». Passare dalle pagine rosa dei giornali sportivi a quelle color pesca dei quotidiani economici in questo caso costituisce tuttavia un onore dubbio, perché la mossa del club britannico appare di quelle disperate. In pratica il tentativo è quello di restituire soldi alle banche, sempre più nervose, sostituendo i loro finanziamenti con le somme versate dagli speranzosi sottoscrittori delle obbligazioni, che, di fatto, presterebbero soldi al club schiacciato dai debiti.
Eh, sì, perché i debiti sono il letto di chiodi su cui sta dormendo ormai da tempo il calcio europeo, e questi non sono più tempi di credito facile, di sorrisi e di champagne in tribuna.
La Premier League inglese, ad esempio, riposa sull’iperbolica cifra di 3,5 miliardi di euro di conti da pagare, di cui la parte del leone la fa proprio il Manchester, che venne acquistato «a debito» dall’attuale proprietario con un’operazione da quasi un miliardo di euro, allora gentilmente fornito da quelle stesse banche che adesso stazionano davanti all’ufficio dei Reds tamburellando nervosamente sulla valigetta piena di pagherò. D’altra parte il fatto che sulle maglie del glorioso club inglese campeggiasse, come sponsor principale, il marchio del colosso assicurativo AIG, miracolosamente salvato dalla bancarotta dai capitali del Tesoro americano (e in America si chiamano questi denari con il loro nome: «soldi dei contribuenti») non aiuta certo a vedere rosa. Non sono molto diversi comunque i conti del Chelsea, anche per i londinesi i debiti puntano pericolosamente verso il miliardo di euro: finora nessun problema, il miliardario russo Abramovich ha sempre garantito tutto e alla fine dell’anno scorso ha azzerato i debiti mettendo mano al portafoglio. Ma la volta che si dovesse stancare di firmare assegni cosa accadrebbe? Anche in Spagna la Liga dovrà prima o poi restituire più di tre miliardi di euro, con ovviamente il Real Madrid che guida la classifica, seguito a breve distanza dal sorprendente Valencia. In Germania, il Bayern annuncia austerità: la squadra della Bundesliga tedesca si prepara a ridurre gli stipendi dei propri giocatori (Ribery escluso) perché «i calciatori non devono pensare che ogni rinnovo del contratto significa automaticamente più soldi».
E da noi? In Italia come al solito le stampelle non mancano mai: i conti delle società di casa nostra sono stati «drogati» da leggi ad hoc che hanno evitato per molti club lo spettro del fallimento; in altri casi ci hanno pensato le solite tasche a metterci una pezza, vedi l’ormai abituale assegno dei Moratti che, per adesso, continuano a riversare nel buco nerazzurro dell’Inter gli utili del petrolio della loro Saras, o vedi l’ultimo ripianamento di Berlusconi per le casse del Milan, accompagnato da un messaggio piuttosto chiaro: «Ora basta».
Lo scudetto dei debiti di Serie A al momento è comunque saldamente cucito sulle maglie della Roma, dato che gli impegni per i soldi allegramente anticipati da Capitalia adesso, dopo la fusione tra le due banche, sono sulla scrivania del meno sportivo Unicredito Italiano, che gradirebbe rivederli.
Il fatto è che il calcio non è mai riuscito a dimostrare di essere un affare profittevole e ogni volta che si sono tentate manovre di finanza «tradizionale» ne sono venuti solo pasticci, alcuni non ancora del tutto sbrogliati come l’ultimo aumento di capitale della Lazio. Finché ci saranno ancora persone disposte a mettere soldi a fondo perduto nei club per passione o per ritorni di immagine o popolarità capiterà che chi volesse invece «giocare secondo le regole» economiche, che impongono di spendere solo quello che si guadagna, non sarebbe competitivo e si ritroverebbe una squadra perdente... E chi vuole investire in una società che perde? Nessuno.
Buona fortuna quindi al Manchester per la sua obbligazione, ma il paradosso del calcio post bolla del debito è tutto qui.
Sarah Connor, una cantante per Diego
Moratti, ma come fai a sopportare tutto?
Prima il confronto con il padre che vinceva tutto e lui niente.
Poi la polemica con la Juventus sugli scudetti, diciamo così, rubati.
Poi Roberto Mancini che viene, fa i capricci e se ne va. Mentre lui paga.
Dopo Mancini quel fenomeno di Josè Mourinho.
E le staffilate ai giornalisti, e le accuse all'Inter di avere favori dagli arbitri, e dover fare i conti con quella personalità scontrosa e straripante.
Nella pausa, Quaresma che si rivela un bidone, l'altro Mancini,l'ex romanista che delude, Hernan Crespo che si lamenta, la squadra che adesso vince ma non convince, se non perde.
E che cosa perde? Niente di meno che la Champions Leaugue, uscendo agli ottavi come la Roma che ha speso venti volte di meno.
Ora ci si mette anche Ibrahimovic. Forse vuol andare via. Undici milioni all'anno gli sembrano pochi.
Perciò tutti lì a chiedersi come faccia Moratti a continuare.
Una risposta ci sarebbe: che sia ricco?
"Fatti", non chiacchiere (da bar)
Iscriviti a:
Post (Atom)





